Far teatro per capirsi

e farsi capire


"Alla conclusione della lettura di questo libro la mia sensazione è di aver letto una mole di informazioni e di concetti e di aver fatto un percorso lungo e complesso, tali da risultare incredibile che tutto questo sia contenuto in un solo testo. Eppure il concetto portante rimane sempre chiaro: il teatro, forma d’arte espressiva che sfugge ad una definizione univoca, è sicuramente una potente risorsa di formazione, crescita e riabilitazione (in senso lato)"

Ugo Picerno - Bergamo

   

Nel settembre 2008 l'Associazione Politeama ha ripubblicato il testo che Walter Orioli ha scritto nel 1995, il libro "Far teatro per capirsi" nato da un’esperienza ventennale di lavoro teatrale e analitico, coglie in profondità la funzione educativa del teatro per l’animo umano: interpretare un nuovo personaggio nato dall’improvvisazione e non da un testo letterario porta a scoprire una parte inesplorata de sé stessi e a superare le proprie nevrosi.

Il nuovo libro si arricchisce di alcune nuove esperienze e immagini del lavoro svolto in questi ultimi anni.

Non c’è proiezione fuori di sé, ma guarigione perché la libera espressione elimina i blocchi muscolari e, allo stesso tempo, quelli mentali.

E' un approccio globale alla persona, in quanto permette l’espressione di sé come totalità emotiva, intellettiva, spirituale e fisica.

Il libro con la prefazione del prof. Roberto Vaccani, docente di Scienze dell’Educazione dell’Università Bocconi di Milano, contiene 22 schede pratiche che comprendono: training, respirazione e suono vocale, voce e presenza scenica, rilassamento, drammaturgia, teatro di strada, ritualità, bioenergetica, ecc.

 


Riassunto per capitoli

Capitolo 1   

Far teatro costringe a riflettere su un aspetto che solitamente interessa soprattutto il periodo adolescenziale ma che poi attraversa tutta la propria esistenza: quante e quali sono le nostre personalità?

Come il corpo è formato da un insieme di funzioni autonome, ma correlate tra loro, così anche la psiche è formata da un insieme di entità autonome ma collegate ed inoltre intuiamo che la cultura ha un ruolo molto importante nel mutamento degli atteggiamenti dell’uomo: si pensi alle differenze tra l’uomo della preistoria e quello dell’era globale. L’uomo muta, cambia e recita nuove parti a seconda dell’ambiente sociale in cui si trova a vivere. Ognuno di noi può sperimentare tale cambiamento osservando le fotografie di quando era piccolo fino a quelle di oggi. Queste foto ci mostrano la nostra personalità poliedrica. La personalità è percepita attraverso il “Sé attuale” sulla base del ricordo dei Sé precedenti, un divenire mutativo che è alla base della salute psicofisica cioè la capacità di avere l’elasticità necessaria per passare da un ruolo all’altro nella vita, senza perdere la coerenza di base. Partendo da questi presupposti Garge Kelly, psicologo americano, ha elaborato una terapia che consiste nel chiedere ai pazienti di recitare, per alcune settimane, la parte di un personaggio completamente diverso da quello che interpretano tutti i giorni. Questo dovrebbe aprire una breccia nello stereotipo che imprigiona il soggetto, lasciandolo libero di vivere nuovi ruoli e trovare rinnovati aspetti della vita. 

La mente e il corpo si condizionano a vicenda. Così anche in ambiti teatrale Orioli insegna che l’attore e il personaggio fanno uso dello stesso corpo ma esprimono due entità psichiche diverse: infatti, sulla scena l’attore non è mai doppio ma è in coppia con il suo personaggio. 

Da Jung in poi l’Io dell’uomo non viene più considerato univoco, ma esiste una sorta di “politeismo dei demoni interiori”, cioè un insieme di personaggi, di io particolari, di immagini interiori, che nella loro totalità formano la cosiddetta personalità poliedrica. Solo attraverso la sperimentazione dei vari personaggi giocati nella quotidianità si può arrivare a comprendere nuove parti di sé. Bisogna abbandonarsi al gioco delle pulsioni inconsce, alla spontaneità per capire la vera natura interiore. È un errore quello di pensare a sé come un unico io; in realtà si è formati da centinaia di io differenti che sono integrati in un’unica psiche. L’attore sul palcoscenico abbandona una parte di sé per mettersi nei panni di un personaggio. Grotowski parla ai suoi attori come uno psicologo, conducendoli alla ricerca dell’autenticità interiore attraverso il lavoro sulla voce, sul movimento corporeo e sul pensiero. In questo senso, fermare il flusso dei pensieri per liberare il corpo e la voce nell’atto creativo è la base della ricerca teatrale e terapeutica.  

Capitolo 2 

Nell’evoluzione del teatro, il classico luogo di incontro sociale rappresentativo nei secoli, viene scomparendo per lasciare il posto a un teatro dove quello che conta non è più il pubblico. Da Grotowski in poi la recitazione avviene nel corpo dell’attore; centrale è la forza comunicativa che ha l’azione corporea sulla scena. Il metodo di Grotowski è innovativo perché si basa sulla convinzione che il teatro possa davvero cambiare attore e spettatore. Nel teatro delle tredici File di Opole, Grotowski applica il training autogeno di Schulz, gli esercizi plastici di Delsarte e l’atha yoga. Il training fisico mira a eliminare i blocchi muscolari che impediscono la reazione libera e creativa. Lo stesso obiettivo di liberare i blocchi di energia è perseguito attraverso il lavoro sulla respirazione naturale. Dopo questo percorso di purificazione e di scarico, l’attore può finalmente presentarsi allo spettatore. Nel Teatro di Ricerca il lavoro dell’attore è paragonato a una pratica mistica, che permette di arrivare al Sé attraverso la tecnica tramandata dai grandi Maestri del ‘900.  

Capitolo 3 

Il rito sta alla base del teatro ed è un percorso che consiste nel compiere azioni cerimoniali secondo norme prescritte. Nel rito, l’uomo primitivo, cercava di ottenere il riscatto dalle paure per imparare ad affrontare gli ostacoli della vita in un ambiente selvaggio. Oggi il rito serve a raggiungere l’esperienza della totalità e dell’unità di coscienza e di spirito, di corpo e di anima, di conscio e di inconscio, di mente e corpo, di yin e yang. Inoltre, i riti, in passato come nel presente servono anche a sancire il carattere sacro dell’esistenza e produrre una cultura collettiva. 

Al giorno d’oggi gli elementi mitici, simbolici e artistici sono sempre più separati; il teatro, il cinema, l’arte e certi modi di vivere la religione hanno carattere superficiale. Il rito è stato profanato e gli sforzi di ripristinare situazioni rituali collettive si limitano a manifestazioni di massa prive dei valori che avevano un tempo. Grotowski  elaborò un progetto volto a realizzare un contatto spontaneo del soggetto con l’elemento naturale e tra più individui in una situazione di gruppo. Attraverso questa ricerca parateatrale si è cercato di visualizzare i nuovi elementi di un percorso rituale che dipendono da un percorso creativo individuale, una dimensione gruppale dell’esperienza e un luogo naturale di percorrenza. 

Rispettando le indicazioni di Grotowski, Orioli ha ideato un percorso rituale raccogliendo l’esperienza di diverse tecniche (haitiane, induiste, pellirossa, africane); scopo di questo rituale è quello di far emergere la propria istintualità. Nella visione di Orioli l’atteggiamento dal quale bisogna partire nei confronti dell’ambiente naturale è quello di abbandonare l’idea dell’uomo di essere al centro del mondo e sistemare l’attenzione sulle immagini anemiche delle cose e cercare di far affiorare l’innocenza. Percepirsi come bambini o primitivi che attribuiscono un’anima a tutte le cose. 

Il percorso rituale realizzato nell’arco di 6 mesi, parte dal mare, fonte primordiale di vita, ha il suo apice sulla montagna dove, entrando nella terra, si esplorano le grotte, per poi ridiscendere al mare, in un itinerario circolare. Lo scopo è quello di ritrovare il contatto emotivo con la natura attraverso gli organi di senso. In questa sorta di etnodramma si arriva ad affrontare i tre elementi basilari corpo, anima e ambiente naturale come unità originaria. L’incontro con la natura non può essere sostituito se non al prezzo di un forte squilibrio, sia nel corpo che nella mente.   

Capitolo 4 

Questo capitolo tratta della pulsione, del gioco e delle terapie corporee di riferimento alla teatroterapia quali la bioenergetica, le arti terapie, lo psicodramma, la biodanza, la musicoterapia, le terapie anti-stress. 

Capitolo 5   

Orioli avvicina l’immaginazione, ai corpi sottili, al soggetto che è oltre il tempo e lo spazio, punto d’incontro tra micro e macrocosmo. Ci conduce così verso il “corpo vibrazionale” dell’attore che è un corpo magico capace di suscitare echi di coscienza.   

SCHEDE FORMATIVE 

 1.    TEATROTERAPIA

 2.    TRAINING DELL'ATTORE, immedesimazione, mimo, pantomima, clownerie

 3.    RESPIRAZIONE E SUONO VOCALE

 4.    VOCE E PRESENZA SCENICA

 5.    RITUALITA'

 6.    TEATROTERAPIA NELLA NATURA, “PERCORSO RITUALE” 

 7.    TEATROTERAPIA, PSICOSI E POESIA

 8.    TEATRO DI STRADA 

 9.    DRAMMATURGIA

10.    IMPROVVISAZIONE

11.    BAMBINI, SCUOLA E TEATRO

12.    BAMBINI, COMPUTER E TEATRO

13.    FONDARE UNA COMPAGNIA TEATRALE

14.    PSICODRAMMA, SOGNODRAMMA E MITODRAMMA

15.    BIOENERGETICA

16.    BIODANZA 

17.    MASSAGGI 

18.    RILASSAMENTO

19.    MEDITAZIONE

20.    TRANCE

21.    PSICOSINTESI

22.    ASPETTI OLISTICI

 


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SUL CONTO CORRENTE POSTALE  23513252

Intestato a:  ASSOCIAZIONE POLITEAMA 

Causale: "1 - Far teatro per capirsi"

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