|
LA RAGNATELA D'ORO |
|
|
Un paio di pensieri e la notizia di un premio inviati a Walter Orioli
Mi piacerebbe raccontare la storia del teatro come una favola per bambini: c’era una volta un morto che non sapeva d’esser morto, e che per questo continuava ad essere perfettamente vivo.
Si diceva, più d’un secolo fa, che il teatro non aveva più una funzione e che – lo sapesse o no – era ormai defunto. Ma il teatro non lo sapeva e continuò a vivere. Si disseminò come ricettacolo e cultura di valori rari, come strumento di libertà e di salute, persino come terapia. Inventò mille usi nuovi e li praticò. Si fece strumento delle più potenti illusioni vitali: non solo arte e cultura, ma anche salute e guarigione, emancipazione e libertà, fratellanza e solidarietà. Parlò sempre più spesso dell’anima e della sua conoscenza. Effettivamente, tutto questo era un modo d’essere in vita. Purché riuscisse, alzando la voce o nascondendola in un seducente sussurro, a forare l’indifferenza circostante.
Non erano e non sono i suoi discorsi e le sue giustificazioni, a tenere i teatri in vita. È la capacità di intessere artigianalmente la ragnatela che incontra gli altri e di sapersela motivare con parole mute.
Se mi guardo indietro, mi rendo conto che raramente ho parlato di “psicologia”. Lo faccio, in genere, per accennare agli intoppi, ai grovigli o alle remore che sempre si presentano nel lavoro individuale o di gruppo. Non mi sono occupato praticamente mai della psicologia dell’attore. La cosiddetta psicologia del personaggio, d’altra parte, mi pare una finzione logica di cui non ho mai sperimentato l’utilità.
So che esiste il territorio della psicologia e che può essere appassionante e utile, ma non è il mio campo di lavoro. Lo è invece l’intreccio di relazioni fra individui che sono o diventano stranieri. Il mio terreno è insomma la psicomachia fra l’attore e lo spettatore, fra l’uno e l’altro attore, fra ciascuno di loro e il regista, e anche fra le diverse voci che animano il mondo interno di ciascuno di noi.
A teatro si diventa stranieri.
Ci conosciamo da anni. Ci riconosciamo. Sappiamo ciascuno quale sia il suo ruolo. Abbiamo miriadi di convenzioni in comune. C’è persino una storia che organizza le azioni sceniche in una unità più o meno coerente. Ma le forze che agiscono visibilmente dietro lo schermo della pelle e delle convenzioni ci trasformano in stranieri gli uni per gli altri: stranieri verso i quali non si è indifferenti. Le azioni di ogni attore si riverberano su quelle degli altri, gli spettatori mostrano spesso d’esserne toccati. Tutto è costruito per l’incontro. Nulla per la condivisione dei modi di sentire e di pensare.
Il termine psicomachia indica la realtà interiore e insieme la lotta. A volte è stato usato per rappresentare l’interiorità come un campo di battaglia in cui due principi opposti - il bene e il male, la virtù e il vizio, la ragione e la follia - tentano d’annullarsi a vicenda. Non è questo il motivo per cui mi sono riconosciuto, fin dall’inizio della mia esperienza teatrale, in questa parola. In questo concetto antico continuo a individuare l’immagine delle tensioni fra complementarità che quanto più sono vive e vissute come necessarie, tanto più di fanno imperscrutabili.
Non vi è nulla di limitativo nell’aggettivo “straniero”. Non esagero se dico che la considerazione per lo “straniero” fuori di noi (e in noi) è la sola forza che ci trae lontano dalla mortale indifferenza. Tutto quanto non è, ai nostri occhi, straniero in pratica ci è semplicemente estraneo. Non credo alla comprensione reciproca né mi fido della cosiddetta unione delle menti e dei cuori. Credo alla curiosità, alla fascinazione dell’altro, quando ci osserviamo e dialoghiamo ciascuno dalla riva che è sua.
Non ho mai creduto al teatro che pretende di fondere una molteplicità di individui diversi in una comunione. L’identità collettiva può forse aver avuto aspetti positivi, in comunità sociali caratterizzate dai piccoli numeri e da una forte paura verso l’esterno. Ma la civiltà di massa ha partorito troppi mostruosi surrogati di questa favoleggiata comunione per lasciarmi qualche nostalgia nei suoi confronti.
Per me l’immagine del teatro non è quella di un cerchio che unifica, ma quella di un guado. Raccolti attorno al guado, attori e spettatori a volte lo attraversano e si incontrano per creare quel fitto intreccio di fraintendimenti che nel parlare quotidiano chiamiamo “intendersi, “comunicare”, “comprendersi”. Quando riusciamo a fare un buon uso del fitto intreccio dei fraintendimenti, e a trasformarlo in una ragnatela d’oro, allora lo chiamiamo “intelligenza”, “emozione”, “straniamento”, “eros e charis”, “mistero tremendo e affascinante”, “incontro con l’essenziale”, “illuminazione”.
Ed ora, un rallegrante esempio di fraintendimento.
Nell’autunno del 2005, l’Odin Teatret ha ricevuto il “Sundhedspris 2005”, il “premio per la salute” che un comitato di istituzioni e di cittadini di Holstebro attribuisce ogni anno a chi ha contribuito alla salute della città.
Un premio fa sempre piacere. Ma questo m’ha fatto soprattutto pensare. Siamo stati premiati perché con le attività che organizziamo ad Holstebro, specialmente le “settimane di festa” che si tengono ogni due anni, contribuiamo al pubblico benessere.
Ho sempre pensato il Festuge (la settimana di festa) come un modo di fare teatro politico. Non un teatro di propaganda, ma “politico” in senso etimologico, che interviene nelle contraddizioni della polis. Ed ecco che ora la città ringrazia il mio teatro e me perché, apparentemente, cerchiamo di rendere salubre la sua atmosfera culturale e mentale.
Parlo di teatro politico, perché quando si parla di “qualità della vita” in genere ci si riferisce alle zone in luce d’una città. Si tratta di mantenere il benessere acquisito riducendo il più possibile i danni determinati dai mezzi per ottenerlo: sfruttamento della natura; stress; inquinamento; inquinamento acustico; gestione pubblica della vecchiaia, della malattia e della morte; traffico; crisi della famiglia; solitudine, ecc.
Ma nelle zone in ombra la qualità della vita ha a che vedere con il diritto alla propria dignità, ad avere un lavoro, a poter avere una casa ed una famiglia, ad esistere come essere umano.
Le zone d’ombra, in una società del benessere, sono popolate dagli estranei e dagli stranieri. I primi sono stati spinti o reclusi ai margini della società, oppure vi si sono rifugiati e nascosti. Gli altri vi si attestano venendo di lontano, spesso da paesi in cui il problema non è la qualità, ma la semplice vivibilità della vita.
Le nostre “settimane di festa” rendono evidente il carattere illusorio dell’immagine che ci facciamo delle nostre città, come se fossero composte da un forte nucleo di concittadini autoctoni attorno ai quali si accampano nuovi venuti e stranieri. Per una ragione o per l’altra, per ragioni etniche o religiose, professionali o personali, ogni città è, nel suo fondo, un’aggregazione di stranieri.
A me questo è sempre parso un pensiero difficile e persino doloroso da accettare. Come se non appena si lacerasse quel senso tiepido di appartenenza che ci consola quando ci aggiriamo nella nostra città, essa si rivelasse un dramma senza fondo.
Il premio ci dice: “non siete una minaccia. Siete salutari”. Sarà vero? E, se fosse vero, sarebbe quel che io voglio?
Ho voglia di rispondere di sì. Ma ho anche voglia di scuotere la testa. E penso a Myskin che sghignazzò allegramente, su una solitaria panchina, quando dopo una notte interminabile e tremenda, vide sorgere un’altra volta il sole.
Holstebro, novembre 2005