A causa dei meccanismi di sublimazione di cui i processi artistici sono capaci, gli artisti vivono secondo un principio di realtà che non è quello stabilito dal vivere quotidiano. Nellopera darte prende corpo un processo di demistificazione del reale, ovvero gli individui vivono secondo un nuovo principio di realtà che vede:
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La trasformazione dellesperienza in qualcosa di diverso dalle normali attività percettive e
razionali
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Linvenzione di nuovi valori, in quanto gli esseri umani e le cose sono immersi in un mondo genuino,
extraquotidiano
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La rivelazione che la realtà data dal quotidiano è apparente, illusoria e
mistificata
Questi principi sono ispirati dallultimo saggio di A. Marcuse (1977), nel quale larte è assunta, idealmente e praticamente, come espressione più alta della coscienza umana.
Nel panorama contemporaneo, dove la realtà tecnologica limita la portata della sublimazione come sana difesa individuale, larte diventa intenzionalmente una techné di sviluppo personale, cioè svolge unazione psicoterapeutica non medica, senza
diagnostica né riferimento nosologico, ma di
autosubli-mazione.
Ora proviamo ad avvicinare larte alla psicologia
psicodinamica: Franco Fornari (1985) giunse ad affermare di considerare la psicoanalisi come teoria scientifica della conoscenza non scientifica; riflessione che induce ad unulteriore osservazione: appurata limpossibilità di considerare la psicologia del profondo una scienza rigorosa, è obbligo considerarla un talento, unabilità empirico-intuitiva e quindi
artis.
Aldo Carotenuto scrive: A noi sembra che tutto lo sforzo della psicoanalisi, soprattutto nel suo impegno di cura, possa essere molto vicino a quella che possiamo chiamare ricerca del mito personale e che in questo contesto si possa parlare di ricerca continua di significati. (...) Non essendo la psicoanalisi una scienza, ma come abbiamo compreso, una forma darte, non tanto dovremmo ricercare nel volto dellanalista le sembianze del genio, quanto piuttosto considerare il rapporto analista-paziente come lo strumento attraverso il quale questa forma artistica si esprime. Comprendiamo così che parlare di arte per descrivere il campo dinteresse e dazione della psicoanalisi, significhi anzitutto riferirsi a quel particolare ed esclusivo prodotto rappresentato dal rapporto analista-paziente.
Avvicinare la psicoanalisi allarte ci conduce dritti verso il rito, unazione formalizzata che contiene una componente legata alla persona (istinto) e una componente che trascende la persona stessa (spirito).
Dal rito al teatro il passo è breve. Il teatro nasce con la figura del
curandero, dello sciamano, il quale non si contenta di riprodurre o di mimare certi avvenimenti; li rivive effettivamente in tutta la loro vivacità, originalità e violenza
(Lévi-Strauss, 1958). Nel rito teatralizzato, prende forma lunità corpo-mente, conscio e inconscio, staticità e movimento. Il teatro allorigine è
dunque un percorso progettato, studiato, sperimentato e poi proposto, nel quale si utilizzano la danza, come momento di scarico delle tensioni fisiche, la maschera, per trascendere il proprio essere, e il recitato, quale elemento simbolico. In questo senso, luomo in fase di rappresentazione è colui che si avvicina allunità originaria tra vita psichica e vita organica. Egli è posto in una situazione di catarsi, di attraversamento delle sofferenze della vita ed infine di purificazione e comprensione. Il luogo dove avvicinare il processo terapeutico è il sistema del teatro
(scena-attore-spettatore); le cure sono date dal metodo di lavoro pratico, quasi
artigianale; la risposta immediata alla situazione, nellimprovvisazione e la presenza-coscienza nellazione scenica. Linvito allattore e allo spettatore è
dunque quello di farsi abitare fisicamente, poeticamente, eticamente dal setting teatrale per scoprire che è questo, con i suoi nuovi principi di realtà, che ci recita, ci mostra qualcosa di noi che
possa sanare le nostre ferite; esso funziona, così da
scenario che obbedisce a determinate regole, e diventa trasposizione della vita stessa, la quale spesso, nel quotidiano, si presenta come finzione.
Lattore scopre i segmenti dellanima: passando per i segni gestuali produce simboli, che rimandano a qualcosa di fondamentalmente sconosciuto. Le immagini prodotte dal suo corpo-anima sono le rappresentazioni di qualcosa in loro assenza. Ritmi, parole, gesti costituiscono i pennelli dellarte teatrale, che non si pone più la questione della dicotomia tra verità e finzione, sogno e realtà, in quanto accetta la narrazione come funzione diretta dellarchetipo, del confondersi dellio con lessere. Il teatro è il luogo dove è consentito dire il falso recitando una partitura vera e se noi non possiamo dire il falso non potremmo mai neppure dire il vero (C.
Sini, 1991) in quanto, come fa dire Shakespeare a Prospero nella Tempesta: Siamo tutti della stoffa di cui sono fatti i sogni e nel Macbeth enuncia che la vita è una favola raccontata da un folle.
Tutti i movimenti artistici più radicali del Novecento vivono il paradosso di definire la vera arte come
anti-arte, con la rottura dei paradigmi classici e delle convenzioni. Larte ha perso da tempo la sua sacralità e deve accettare il rischio di nuove soluzioni di cui le
Artiterapie, e quindi la Teatroterapia, sono una possibilità.
Il nome teatroterapia, paradossalmente generale, allude a una certa ambizione di universalità; esso è da considerare un orizzonte di sensi ideali. Il nome ideale è un ideale - sostiene, nei Diari, Ludwig Wittgenstein (1936) - cioè unimmagine, una forma della raffigurazione verso cui propendiamo.
Teatroterapia è un ideale sublime: diventa tale perché noi osserviamo il mondo intero attraverso di esso. Ma a quali casi stiamo pensando? Quale rappresentazione concreta sta davanti ai nostri occhi? Da dove nasce limmagine, il nome evocativo al quale vogliamo rivendicare un significato così universale? Rispondere a queste domande
potrebbe forse portarci vicino a intravedere il futuro di quello che con ostinazione chiamiamo Teatroterapia.
Questa neodisciplina non ha per oggetto lo spettacolo teatrale, come inganno capace di alterare quella ricchezza che dovrebbe in ogni momento ridestare il vissuto, ma la rappresentazione di un soggetto, capace di esprimere la soggettività che lesistenza contiene.
Ciò detto si devono fare i conti con lesperienza estetica, la quale, nel caso specifico, è giocata comunque sul vissuto che prende le distanze dal soggetto per diventare altro da sé. Lattore non ha nulla da mostrare se non se stesso; non il proprio io, bensì la propria essenza. Il teatro fuori dai teatri, comè il caso della Teatroterapia, facilita il processo di liberazione in quanto si schiera contro i suoi stessi inganni. Daltro canto, nella terapia analitica, già Jacques Lacan aveva posto lArte alla base della clinica come un richiamo alla forma delletica, lha posta in quel pensare il sintomo oltre la performatività che esprime gli esseri rappresentati nel loro sorgere trascendentale, così almeno si esprime Emmanuel Lévinas.
La trascendenza è il terreno dove lessenza della vita e quella dellars-artis sincontrano, dove tra essere e fare non cè differenza. In questo campo gravitazionale la rappre-sen-tazione è annullata in quanto è trasformata in trascendenza.
Walter
Orioli